“Immagino che cercassi solo un po’ di eccitazione”
Jerry Lundegaard, Fargo
1. Ernesto
- Scordatelo - disse Ernesto all’ex moglie la mattina del 24 dicembre, quando lei gli chiese di accompagnare loro figlio di sei anni al villaggio di Babbo Natale, quel pomeriggio. - Ho appuntamento in centro con Marco e Carlo.
- E invece ce lo porti. Gliel’hai pure promesso!
- Non me lo ricordo.
- Sarai stato ubriaco...
- Portacelo tu.
- Non posso. Devo fare spesa e preparare il pranzo di domani.
- Dove io non sono invitato...
- Piantala. Siamo separati, ora.
- Passerò il Natale da solo.
- Vai da Marco. O da Carlo.
- Vaffanculo - rispose Ernesto.
Il pomeriggio, comunque, si presentò da lei. Gli aprì Claudio, il figlio. Era vestito in modo strano.
- Che ci fai vestito così? - gli domandò.
- Sono un elfo di Babbo Natale.
Ernesto sospirò.
- La mamma non c’è? - chiese.
- No, è andata a fare spesa.
Sospirò di nuovo.
- Andiamo? - gli chiese il figlio.
- Andiamo - rispose lui, rassegnato.
2. Il Sorcio
- Questo è il miglior vestito di Babbo Natale che abbiamo - disse il commesso.
- Quanto costa? - gli domandò il Sorcio.
- Novanta euro.
- Se lo tenga.
Il commesso rimase spiazzato.
- Mi ha detto che le serviva una cosa professionale...
- Sì, ma economica.
Il commesso storse il naso. Sparì e tornò con un altro vestito di Babbo Natale.
Al Sorcio parve uguale a quello di prima.
- Anche questo è un bel modello - disse il commesso. - Solo che è molto vecchio. Ha qualche scucitura qua e là, ma niente di serio... Posso darglielo per trentacinque euro.
- Affare fatto.
- Se vuole, per quaranta euro aggiungo anche occhiali rotondi e campanella.
- Ci vedo benissimo. E le campanelle m’han sempre rotto i coglioni.
3. Antonio
- Ti abbiamo assegnato l’ufficio postale - disse il funzionario del Comune. - È il posto più tranquillo.
- Grazie - rispose Antonio.
- Il tuo turno comincia questo pomeriggio alle due.
- Va bene.
- Mi raccomando, puntuale.
- Sì, certo.
- Questo è il vestito che dovrai mettere - disse il funzionario allungandogli una borsa.
Dentro, Antonio notò un cappello a punta. E delle scarpe, a punta pure quelle.
- Che roba è? - chiese.
- Un vestito da elfo.
- Devo proprio?
- Sì.
- Va bene - disse Antonio, e si avviò verso l’uscita.
- Antonio - lo chiamò il funzionario quando era già sulla porta.
Lui si voltò.
- È una bella opportunità, questa. Non fare scherzi.
Antonio annuì e lasciò l’ufficio.
4. Il villaggio di Babbo Natale
Ernesto e suo figlio arrivarono al villaggio di Babbo Natale a metà pomeriggio, mentre imbruniva. Era già pieno di gente. Bambini che schiamazzavano, genitori che ridevano. Cazzo ridevano, poi? Ernesto odiava il Natale. E ancora di più odiava il villaggio di Babbo Natale, le sue casette di legno, le sue luci, le sue canzoni festose.
- Papà, guarda! La slitta di Babbo Natale! Voglio salirci!
- Dopo. Adesso ti porto a mangiare lo strudel.
- Ma io non ho fame!
- Lo mangi lo stesso.
Marco e Carlo erano già lì, seduti ai tavoli esterni della locanda degli elfi. Lo videro e ridacchiarono.
- Cazzo vi ridete, pure voi? - disse Ernesto.
- Niente, niente - disse Marco. - È che con tuo figlio vestito da elfo sembri proprio Babbo Natale...
Ridacchiarono di nuovo.
- Sì, sì, sfottete pure. Ne avrete anche voi, di figli, prima o poi...
Ernesto e Claudio si sedettero.
Il bambino sbadigliò.
- Ciao Claudio - disse Marco.
Claudio non rispose, imbronciato.
- Lo vuoi lo strudel? - gli domandò Carlo.
- No! Voglio salire sulla slitta di Babbo Natale!
Marco e Carlo tornarono a ridacchiare. Stavolta si unì anche Ernesto.
- Tre brulé e uno strudel - disse alla cameriera, arrivata per le ordinazioni.
La ragazza scrisse rapida sul taccuino, poi si allontanò.
- Bel culo - disse Ernesto.
- Perché non ci provi? - gli disse Marco. - Hai visto come ti guardava? I papà hanno fascino...
- Può essere - rispose lui. - Ma prima ci facciamo almeno tre giri.
Claudio sbadigliò di nuovo, cercando con gli occhi la slitta di Babbo Natale. Ma non la vedeva più, davanti c’era troppa gente.
Anche il Sorcio raggiunse il villaggio di Babbo Natale all’imbrunire. Sudava. Quel vestito di merda era una taglia in meno e gli si appiccicava addosso. Sembrava un coglione, vestito così. Non vedeva l’ora che fosse tutto finito.
Nell’attesa che il buio calasse completamente, prese posto a un tavolo della locanda degli elfi. Pensò di ordinare un brulé, ma cambiò subito idea. Doveva restare lucido. A divertirsi ci avrebbe pensato dopo. Alla cameriera ordinò un infuso di erbe. Le guardò il culo mentre si allontanava. Anche per quel tipo di divertimento avrebbe avuto tutto il tempo, dopo. Il tempo e soprattutto i soldi.
Era facile, quel colpo. Come bere l’infuso appena arrivato sul tavolo. Incredibile che nessuno ci avesse ancora pensato. A lui l’idea era venuta guardando “Babbo Bastardo”, il film con quel tizio che ogni anno, il 24 dicembre, si traveste da Babbo Natale per svaligiare i centri commerciali. Geniale. Chi poteva sospettare di Babbo Natale?
Al tavolo di fianco al suo, un bambino vestito da elfo, seduto insieme a tre adulti, lo fissava e gli sorrideva. Il Sorcio distolse lo sguardo. Il suo Natale, da piccolo, era sempre stato una merda. La madre riceveva a casa più clienti del solito, e il padre, che se n’era andato quando lui aveva appena tre anni, si rifaceva vivo solo in quei giorni, col suo fiato alcolico, portando in dono regali da quattro soldi per il figlio e botte per l’ex moglie.
Un cazzo di incubo da cui si era liberato solo a tredici anni, quando era scappato di casa e aveva iniziato a rubare. S’era fatto un paio d’anni in tutto, ma per il resto era sempre riuscito a farla franca. Solo che coi furti non si andava lontano. Si lavorava tanto per avere poco. Le rapine erano più redditizie. Dovevi solo scegliere bene il bersaglio. E l’ufficio postale del villaggio di Babbo Natale, con tutti quei bambini che andavano lì credendo che fosse la loro letterina a far arrivare i regali, e non i soldi che ci mettevano i genitori, era il posto perfetto. Perché gli sbirri non si sarebbero mai sognati di presidiarlo, e i genitori pagavano in contanti, visto che con le carte non si poteva.
Quel bambino lo stava ancora fissando. Il suo sorriso lo innervosiva. D’istinto, il Sorcio infilò la mano in tasca. Il freddo del metallo lo calmò all’istante. Buttò giù quel che rimaneva dell’infuso e si alzò. L’ufficio postale era lì di fronte.
- Ecco qui il tuo regalo - disse Antonio da dietro lo sportello, porgendo un pacco blu dal fiocco giallo a una bambina con le trecce rosse.
Quella fece un sorriso larghissimo e lanciò un gridolino di gioia, sotto gli occhi soddisfatti della madre.
- Ce l’hai la letterina? - chiese Antonio alla bambina successiva. Stavolta era il padre ad accompagnarla.
La bambina gli porse la letterina.
- Bene. Ora la faccio avere a Babbo Natale. Ripassa qui fra un’ora e troverai il tuo regalo.
Era un lavoro ridicolo, pensò Antonio, ma pur sempre un lavoro. Il programma di reinserimento ne prevedeva anche altri, ma lui aveva scelto quello. Dopo tre anni di carcere per spaccio e aggressione a un pubblico ufficiale, non poteva chiedere di meglio. Era vestito come un deficiente, sì, ma vedeva i bambini gioire. Si ricordava ancora di come gioiva lui, da piccolo, quando i genitori gli davano il regalo di Natale, tra i pochi momenti felici della sua infanzia, rovinata da quel maledetto incidente che lo aveva reso orfano, a vagare da un affido all’altro, senza più ritrovare la serenità. Poi, quando un figlio lo aveva avuto lui, glielo avevano tolto subito, perché era già un tossico con la fedina sporca. E di regali di Natale non ne aveva potuti fare mai, a nessun bambino.
- Il prossimo - disse Antonio.
La coda era lunga. Seduti ai banchi dell’ufficio c’erano decine di bambini che scrivevano la loro letterina, prima di venire a consegnargliela. I genitori dicevano loro fra quali regali potevano scegliere, e poi, mentre i figli scrivevano, venivano a pagare. Di sorrisi ne avrebbe visti ancora molti, quel pomeriggio.
Quando Babbo Natale si alzò, Claudio chiese al padre se poteva andare a dirgli quale regalo voleva.
- Cosa? - bofonchiò Ernesto. Era al quarto brulé, ormai ubriaco. Le parole del figlio gli erano giunte come ovattate.
- Posso andare da Babbo Natale? - ripeté il bambino.
Claudio indicò l’uomo vestito da Babbo Natale che, di spalle, si stava allontanando dalla locanda.
Ernesto lo fissò senza riuscire a metterlo a fuoco. Non disse nulla.
- Papà?
- Cosa?
- Posso?
Ernesto guardò gli amici. Sghignazzavano, ubriachi pure loro.
- Ma sì, mandacelo, che male c’è? - disse Marco.
- Di Babbo Natale puoi fidarti! - aggiunse Carlo.
Scoppiarono a ridere.
Claudio, rimasto invece serissimo, attendeva il via libera.
- Posso? - ripeté.
- Ma sì, vai, vai - gli disse il padre.
Al settimo cielo, il bambino si alzò di scatto e corse veloce dietro a Babbo Natale, che stava entrando nell’ufficio postale.
- Adesso sì che puoi provarci con la tipa - disse Marco.
- Sì, cazzo, ora o mai più! - aggiunse Carlo.
Ernesto sorrise, sentendosi leggero come quando aveva sedici anni, l’età che non avrebbe mai voluto superare. Dopo i sedici, erano state solo responsabilità, sempre di più. Che si cresceva a fare, dopo i sedici?
- Cameriera! - urlò felice.
5. La rapina
Quando il Sorcio entrò nell’ufficio postale, i bambini si girarono a guardarlo con occhi pieni di ammirazione.
- Babbo Natale! - gridarono tutti.
Lui si sforzò di sorridere, mentre i bambini gli si fecero attorno.
Era in anticipo, pensò Antonio. Gli avevano detto che Babbo Natale sarebbe arrivato alle sei, ma erano solo le cinque. Poco male. Lui alle sei avrebbe staccato e non avrebbe potuto godersi quella scena.
- Calma, bambini, calma! - disse il Sorcio. - Lasciatemi andare dall’elfo a prendere le vostre letterine, altrimenti come faccio a farvi i regali?
I bambini esultarono e lo lasciarono passare. Solo Claudio gli andò dietro. Non aveva scritto nessuna letterina, lui. Doveva dirgli a voce quel che voleva.
- Sei in anticipo - disse Antonio a Babbo Natale.
- No, elfo, sono in perfetto orario - rispose il Sorcio allungandosi in avanti e tirando fuori la pistola, in modo che solo Antonio potesse vederla. Dietro di loro, i bambini vociavano allegri e i genitori non si accorsero di nulla.
Antonio si bloccò, ammutolito.
- Niente cazzate - disse il Sorcio, mentre con la mano libera poggiava un sacco sopra il banco. - Ora prendi tutto l’incasso e me lo infili qua dentro insieme alle letterine. Se fai il bravo, nessuno si farà male.
Antonio annuì. Maledisse la sorte, sempre avversa. Rapinato da Babbo Natale nel suo villaggio, due settimane dopo essere uscito di galera. Farsi male era l’ultima cosa che voleva. Ma soprattutto non voleva rovinare la festa a quei bambini. Non se lo sarebbe mai perdonato.
Prese il sacco, ci infilò dentro i soldi, poi le letterine, e lo allungò a Babbo Natale.
- Babbo Natale?
Il Sorcio, sorpreso, guardò in basso, alla sua sinistra, da dove era arrivata quella voce. Era lo stupido bambino di prima, quello vestito da elfo, alla locanda.
Antonio sbiancò. La pistola era a meno di mezzo metro dal bambino.
- Che vuoi? - disse il Sorcio.
- Una pistola come la tua! - urlò Claudio sorridente, con gli occhi che brillavano.
Di colpo, nell’ufficio postale calò il silenzio.
Un paio di mamme si avvicinarono. Quando una di loro vide la pistola, fu presa dal panico.
- Babbo Natale ha una pistola! - urlò.
Stupida troia, pensò il Sorcio mentre si voltava, puntando l’arma in faccia a genitori e figli.
- Nessuno si muova e nessuno fiati. Lentamente, levatevi dai coglioni e lasciatemi passare. Niente cazzate e nessuno si farà male.
Pallidi e tremanti, genitori e figli si addossarono ai lati dell’ufficio.
- Tu invece vieni con me - disse il Sorcio a Claudio, che ora, spaventatissimo, non sorrideva più.
Prese il bambino per un braccio e lo strattonò, avviandosi verso l’uscita.
- Una mossa sbagliata e gli faccio un buco in testa! - urlò a tutti.
A quella vista, Antonio avvampò. Quel bastardo stava rovinando per sempre il Natale a quel bambino. C’era modo e modo di delinquere, pensò. E il modo di quel figlio di puttana era inaccettabile. Il sangue gli andò alla testa, come quella volta con quello sbirro che gli aveva puntato la pistola in faccia. Gliel’aveva tolta di mano e buttata per terra, e poi l’aveva menato. Se l’aveva già fatto una volta, pensò, poteva rifarlo una seconda.
Lasciò lo sportello, raggiunse Babbo Natale e gli mise una mano sulla spalla per farlo girare.
Babbo Natale si girò. Solo che, a differenza dello sbirro quella volta, lui sparò.
Antonio si accasciò per terra.
Tra le grida generali, il Sorcio mollò Claudio e si lanciò verso l’uscita. Fuori, però, era già pieno di sbirri. Una volta di più, maledisse il Natale e chi l’aveva creato.
- Elfo! - gridava intanto Claudio, piangendo. - Elfo!
Ma l’elfo non gli rispose.
Epilogo
- Ciao, elfo - disse Claudio ad Antonio il pomeriggio del giorno dopo, anche se non era più vestito da elfo, ma indossava una vestaglia d’ospedale. - Come stai?
Antonio gli sorrise.
- Ora che ti vedo, meglio - disse. - Tu come stai?
- Meglio anch’io - disse Claudio.
Dietro al bambino c’era il padre.
- Volevo ringraziarla per quello che ha fatto - disse Ernesto.
Antonio annuì.
- Babbo Natale cosa ti ha portato? - chiese al bambino.
Ernesto si sfilò lo zaino e tirò fuori un libro.
“The Polar Express”, c’era scritto sulla copertina.
- È il viaggio di un bambino che va a incontrare Babbo Natale al Polo Nord - disse Claudio. - Me lo leggerà papà!
Ernesto glielo aveva comprato in tutta fretta quella mattina, per farsi perdonare. Anche se il perdono per la sua irresponsabilità non era cosa che si potesse comprare. Avrebbe dovuto guadagnarselo giorno per giorno, d’ora in avanti. Diventando finalmente il padre che non era mai stato.
- È proprio un bel regalo - disse Antonio.
- Babbo Natale ne ha portato uno anche per te - disse il bambino.
Antonio rimase sorpreso.
- Per me?
- Sì!
Claudio tirò fuori dallo zaino un disegno e lo passò ad Antonio.
C’erano un bambino e un elfo che si davano la mano.
“All’elfo più coraggioso di tutto il Polo Nord!”, c’era scritto sotto.
Sulle prime, Antonio non capì cosa gli stesse accadendo. Cosa fosse quella sensazione, quella cosa che saliva dalla gola, quel nodo che si stringeva, quel bruciore umido agli occhi. Era così tanto tempo che non piangeva che nemmeno si ricordava come si faceva.
- Grazie - disse soltanto, tra le lacrime.
Claudio corse ad abbracciarlo.
- Grazie a te.
Pure Ernesto si commosse. Nemmeno lui ricordava più l’ultima volta che aveva pianto.
Frattanto, fuori di lì, Babbo Natale, quello vero, tornava a casa, al Polo Nord. Era il supereroe più vecchio del mondo, ma i suoi secoli continuava a portarli benissimo.



Gran pezzo Tersite, auguroni!
Tifiamo rivolta nel villaggio di Babbo Natale! :-)