Prima puntata di tre
Quando da piccolo dicevo che nella vita avrei fatto qualcosa d’importante, nessuno mi credeva.
Andavo male a scuola, non facevo sport, non avevo hobby. Non eccellevo in niente. Per i miei coetanei ero uno sfigato. Per i miei insegnanti un apatico. Per i miei genitori una delusione.
Nessuno di loro avrebbe mai detto che un giorno avrei conquistato un territorio grande come la Francia, e ne sarei diventato il primo cittadino.
E, a pensarci bene, non l’avrei detto nemmeno io.
Uscito dalla scuola superiore col minimo dei voti, il pensiero di fare l’università non mi sfiorò nemmeno per un istante. Quello del lavoro, tuttavia, mi repelleva ancora di più. Riuscii a convincere mio padre che per me fosse importante imparare l’inglese trascorrendo un periodo all’estero. A scuola, l’inglese l’avevo studiato poco e male. E poi, gli spiegai, una lingua s’impara parlandola, non studiandola. Lui accettò. I soldi, per mio padre, non erano un problema. Aveva una fabbrica di barche a vela, e ne guadagnava a palate.
Quando gli dissi che era la California il posto dove volevo andare, mi domandò sorpreso il perché. Allora gli ricordai, ammiccando, che lui da tempo diceva di voler sfondare sul mercato americano, con le sue barche. “Beh, una volta che mi sarò sistemato lì”, gli dissi, “potrei tornare utile ai tuoi affari”. Gli s’illuminarono gli occhi. Non mi ero mai mostrato interessato al suo lavoro. Non mi ero mai mostrato interessato a niente, a dire il vero. Più commosso da questo che convinto della possibilità che io potessi davvero aiutarlo, mi versò ventimila euro sul conto corrente e mi augurò buon viaggio. “Quando te ne serviranno altri”, mi disse, “ti basta farmelo sapere”. Lo ringraziai e iniziai a organizzare la partenza.
A me, in realtà, delle barche di mio padre non fregava niente.
Avevo scelto la California per altri motivi.
Due.
Katherine.
E il mio progetto di conquista.
Katherine l’avevo conosciuta a Roma, in gita scolastica. Io con la mia classe, lei con la sua. Frequentava un college a San Francisco e non ricordo per via di quale progetto intercontinentale era finita a fare quel viaggio in Italia. Mio padre non lo sapeva, ma non era vero che io non avevo interessi. Due ce li avevo. L’alcol e le donne. Non ero originale, lo ammetto. Quella sera, in un locale al Testaccio, avevo attaccato gancio con Katherine che ero già sbronzo. Avevamo continuato a bere per un bel po’. Poi avevamo vagato parecchio per la città e alla fine ci eravamo ritrovati a baciarci con lingua e tutto sulla scalinata di non so più quale monumento. All’alba mi ero svegliato su quella stessa scalinata senza più Katherine, con un mal di testa lancinante e il suo numero di cellulare in tasca. “Perché mi hai lasciato solo?”, era stato il messaggio che le avevo mandato nel mio inglese sgrammaticato. “Perché stamattina avevo l’aereo”, era stata la sua risposta.
Per un anno io e Katherine eravamo rimasti in contatto per via telematica. Fino a quando le annunciai che sarei atterrato a San Francisco di lì a cinque giorni. “Ti aspetto”, mi rispose entusiasta. Partii con una gran voglia di rivederla.
A San Francisco avevo trovato un buco di appartamento da cui si vedeva l’oceano, e lo avevo fermato per sei mesi, con l’opzione di rinnovare per altri sei. Non sapevo di preciso quanto tempo mi sarebbe occorso per arrivare pronto al mio progetto di conquista. Avevo solo stimato che sei mesi fossero il minimo, e un anno il massimo. Conquistare un territorio inesplorato non era cosa che si potesse improvvisare. Se poi quel territorio non era terraferma, ma galleggiava, il compito era ancora più arduo e la preparazione richiesta ancora più grande.
La prima a parlarmi dell’isola di plastica era stata proprio Katherine. Lo aveva fatto già quella prima sera a Roma. Non le avevo creduto, ovviamente. Avevo pensato che doveva essere sbronza forte, per spararle così grosse. Un’isola di plastica in mezzo all’Oceano Pacifico. Che cazzo di idea.
Eravamo tornati sull’argomento qualche tempo dopo, durante uno dei nostri frequenti scambi a distanza. Katherine aveva insistito a dire che quell’isola esisteva davvero. Glielo aveva raccontato un suo amico skipper, un tipo a posto, uno che non inventava balle. Non era stato lui ad averla vista. A lui ne aveva a sua volta parlato tale Charles Moore, un ricercatore oceanografico. Lui sì che l’aveva vista, l’isola di plastica. Si era trovato quasi per sbaglio a navigare in una zona poco battuta tra le Hawaii e San Francisco. Per via dei venti deboli e dell’alta pressione, quella rotta veniva evitata sin dall’antichità. Rotta dei cavalli, la chiamavano i marinai, perché per oltrepassarla ci sarebbero voluti i quadrupedi da tiro. Ebbene, a un certo punto questo Moore aveva iniziato a vedere attorno alla sua imbarcazione un’enorme quantità di plastica. Oggetti minuscoli e altri più grandi, dappertutto. Era riuscito a mettersi alle spalle quella gigantesca chiazza di detriti multicolori solo dopo giorni e giorni di navigazione. Tornato a San Francisco, aveva raccontato la cosa in giro, ma in pochi gli avevano creduto. L’amico di Katherine era stato uno di questi. Katherine aveva creduto al suo amico. E io avevo creduto a lei.
Mi raggiunse nel mio appartamento il giorno dopo il mio arrivo. Mentre l’aspettavo, ero divorato dalla tensione. Lei rappresentava metà delle ragioni che mi avevano spinto dall’altra parte del mondo. Ma, in fondo, chi era per me quella ragazza? Una con cui m’ero trovato bene a parlare, certo. Forse meglio che con chiunque altro nella mia vita. Una che l’istinto mi diceva forte e chiaro di non lasciar scappare. Ma anche una che avevo visto di persona un’unica volta, e poi solo attraverso la mediazione di uno schermo. Il che, si sa, può distorcere di molto la realtà. Chi mi diceva che, dopo esserci conosciuti meglio, non ci saremmo stancati subito l’uno dell’altra? Magari persino detestati? Era un rischio, e io amavo i rischi. Ma se le cose andavano male, mi sarei ritrovato completamente solo in una grande città sconosciuta. La prospettiva non era allettante.
Quando le aprii la porta, mi apparve davanti una ragazza che non ricordavo così bella. Ci vollero cinque minuti perché iniziassimo a baciarci. Mezzora perché finissimo a letto. Un’ora perché io le chiedessi di parlarmi ancora una volta dell’isola di plastica. Un’altra ora perché arrivassi a confidarle il mio progetto: conquistarla. Prendere la patente nautica, farmi spedire una barca a vela da mio padre, raggiungere quell’isola e far sapere al mondo che ne ero diventato il primo cittadino. Ci eravamo scolati solo qualche birra, così Katherine non poté pensare che fossi sbronzo. “Sei pazzo?”, mi domandò allora. “No”, le risposi. E a lei bastò per darmi ascolto. Era per questo che l’amavo. Sapeva ascoltarmi come nessuno aveva mai fatto prima.
Il motivo ufficiale di tutta l’operazione, le spiegai, sarebbe stato dare notorietà alla barca di mio padre. Impostando un’efficace azione comunicativa, i media si sarebbero gettati a capofitto su quella notizia balzana. La pubblicità era garantita. Il motivo vero, però, era fare finalmente qualcosa d’importante. Qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima. Katherine sapeva della fama di sfigato, apatico e fallito che mi circondava da quando ero piccolo. Avrei fatto ricredere tutti quanti, le dissi. Lei annuì. E poi tornammo a baciarci.
Quando si vuole ardentemente una cosa, la si ottiene. Ci misi solo otto mesi per imparare a navigare. Il giorno che presi la patente nautica, la barca a vela di mio padre, una sedici metri nuova di zecca da trecentomila euro, era già ormeggiata al porto di San Francisco da settimane, pronta a salpare per l’unica isola del mondo che non appariva sulle carte geografiche.
Lui, mio padre, sulle prime aveva reagito male alla mia idea. Aveva addirittura minacciato di chiudere il rubinetto dei soldi. L’avevo convinto parlando il suo linguaggio. Quello degli affari. Avevamo fatto un patto. Lui avrebbe finanziato l’intera operazione. Se la campagna pubblicitaria avesse avuto successo, io non avrei preteso alcun compenso e lui avrebbe utilizzato gli introiti per coprire le spese e il resto per rimpinguare le casse dell’azienda. Se invece avessi fallito, sarei tornato immediatamente in Italia a lavorare gratis per lui, qualsiasi cosa mi avesse chiesto, fino a rifonderlo del denaro che aveva investito, avesse significato anche restare alle sue dipendenze per tutta la vita. Pure questo era un bel rischio. Ma io amavo i rischi, ve l’ho già detto, e accettai di correrlo.
Io e Katherine salpammo da San Francisco una calda mattina di maggio. A bordo avevamo viveri per quattro mesi. Quando lo avevo incontrato e gli avevo parlato del mio progetto, Charles Moore mi aveva detto che non amava essere preso per il culo. Quando aveva capito che dicevo sul serio, aveva cambiato espressione e provato in tutti i modi a dissuadermi. Mi aveva raccontato d’una strana sensazione che assaliva quando ci si trovava nel cuore della chiazza, senza poter scorgere altro sulla superficie del mare se non detriti di plastica, in qualunque direzione si volgesse lo sguardo. “Nausea, una nausea terribile”, aveva detto con voce profonda fissando un punto vuoto dinanzi a sé. “E poi, dopo, una specie di claustrofobia”. Gli avevo spiegato che il mio stomaco era forte e che di claustrofobia non avevo mai sofferto, ed ero passato a chiedergli informazioni sul viaggio. Moore, suo malgrado, era stato prodigo di dettagli e di consigli. Appresi che a un’imbarcazione come la mia sarebbe occorso quasi un mese per raggiungere il centro dell’isola di plastica. Decisi quindi che questa prima spedizione ne sarebbe durata quattro. Un mese per arrivare, uno per tornare indietro. E i due in mezzo per conquistare l’isola. E con quella il mondo.
Le prime tre settimane trascorsero senza alcun avvistamento. Solcavamo un’acqua calma e blu. Ci sentivamo rilassati e sereni. Quando non eravamo impegnati a governare la barca, io e Katherine ci amavamo e guardavamo il mare. Al termine della terza settimana, giungemmo finalmente al limitare della rotta dei cavalli. Il vento scomparve quasi del tutto, di colpo, come le nuvole in cielo. Sotto i nostri occhi, cominciammo a intravedere una quantità incalcolabile di minuscoli filamenti e corpuscoli bianchicci galleggiare appena sotto il pelo dell’acqua. Era la periferia dell’isola, dove la plastica si trovava allo stato maggiore di degradazione. A causa dei venti debolissimi, ci mettemmo altri dieci giorni per raggiungere il centro della chiazza.
Anche se Moore me lo aveva anticipato, quello che vidi mi lasciò a bocca aperta. Man mano che ci avvicinammo, iniziammo a scorgere i primi oggetti riconoscibili. Le bottiglie e i flaconi d’ogni forma e dimensione non si contavano. E ancora di più erano i sacchetti, a migliaia. Ma ci imbattemmo in molto altro. Le cose più impensabili. Scarpe da ginnastica. Stivali. Brandelli sintetici di vestiario sportivo. Borse. Mazze da hockey. Giochi. Lego. Paperelle. Macchinine. Riconobbi un modello di supereroe in voga ai miei tempi e lo ripescai commosso. Quel supereroe si proclamava signore dell’universo. Io ora potevo proclamarmi signore dell’isola di plastica.
“E adesso?”, mi domandò Katherine.
“Adesso lo diciamo al resto del mondo”, risposi io.
Fine della prima puntata
La seconda verrà pubblicata il 26 febbraio 2026



Bel tema! Grazie
Voglio il seguito!