Prima puntata di due
Era l’estate più calda di sempre. Si viveva di notte. Il giorno era troppo caldo persino per buttarsi in acqua.
Ero finito su quell’isola della Grecia per fare un reportage fotografico. Nella mia vita precedente avevo vissuto parecchi anni tra gli anarchici di Atene, così il greco lo parlavo bene e questo faceva curriculum, bastava omettere da chi l’avevo imparato. Mi mandava una rivista d’alta moda intenzionata a raccontare le fortune dell’imprenditoria italiana che laggiù aveva spopolato aprendo alcuni resort di lusso. Un lavoro di merda, ma era pagato, e non erano tempi in cui si potesse fare gli schizzinosi, quelli.
Sbarcai sull’isola un pomeriggio di luglio, mezzo ammazzato dal mal di mare. Dopo l’aria condizionata della nave, impostata per otto ore in modalità freezer, l’impatto coi quaranta gradi della terraferma fu devastante. Chiamai un taxi e ci svenni dentro. L’autista mi risvegliò mezz’ora dopo per dirmi che eravamo arrivati.
Il primo dei tre resort che mi attendevano era tutto nuovo, tutto design, tutto tecnologia. E tutto finto. Finta era pure la spiaggia, recintata e riservata agli ospiti, coi lettini e gli ombrelloni che scimmiottavano i caraibi. Il titolare, un quarantenne milanese di nome Marco Ferrai, si presentò abbronzatissimo e sorridente, tendendo la mano. Gliela strinsi, era sudata.
Gli spiegai come si sarebbe svolto il mio lavoro: avrei passato il primo giorno senza macchina fotografica, per ambientarmi. E poi avrei scattato senza mettere in posa nessuno, la vita come si svolgeva lì dentro, né più né meno. Non parve molto convinto, ma gli dissi che quello era il mio modo di lavorare, prendere o lasciare. Prese.
Mi accompagnò personalmente in camera, una camera inutilmente enorme, finta come tutto il resto, e mi disse che per cena quella sera c’era un menù gourmet tutto italiano. Il mal di mare si faceva ancora sentire e per poco non tornai a vomitare. Gli spiegai che ero indisposto e avrei saltato. Deluso, mi disse che dopo cena, se stavo meglio, c’era un party in piscina. Lo ringraziai e finalmente riuscii a chiudere la porta.
Aprii il frigo bar, trovai del whisky, me ne versai un bicchiere e lo bevvi d’un fiato. Poi spensi l’aria condizionata, anche lì in modalità freezer, e collassai sul letto. Era morbido, con le lenzuola di seta.
Mi svegliai che era già buio. Ero zuppo di sudore, ma senza più nausea. Il whisky aveva fatto effetto. Ne bevvi un altro bicchiere, mi feci una doccia, mi rivestii e lasciai la camera. Era quasi mezzanotte.
Il party era in pieno svolgimento. A bordo piscina c’erano una cinquantina di persone, in piedi o sedute ai tavolini. In acqua ce n’erano altrettante. Ci misi poco ad accorgermi che parlavano tutti italiano. Anche la musica era italiana, Gianni Morandi e Jovanotti duettavano insulsaggini solari e spensierate, e io sentii il bisogno di altro alcol.
Mi portai al bancone e ordinai un Manhattan.
- Sei nuovo?
Mi voltai ed era una donna sulla cinquantina che beveva un Margarita. Elegante, piacente, sola.
- Arrivato oggi - le dissi.
- E quanto ti fermi?
- Tre notti.
- Soltanto?
- Sono qui per lavoro - spiegai.
Volle sapere cosa facevo, glielo dissi e la cosa le piacque molto.
- Che bella idea! - disse. - Marco è bravissimo e se lo merita proprio...
Mi feci raccontare un po’ di lui. Era il figlio di un industriale che operava nel settore delle armi. I soldi per avviare l’attività su quell’isola arrivavano dal commercio di fucili e mine.
- Conosco bene la famiglia Ferrai - disse la donna. - Ci frequentiamo da sempre, sono brave persone. Da quando mio marito è morto, passo tutte le mie estati qui.
Lei invece era stata la moglie di un magnate dell’edilizia che aveva fatto fortuna con gli appalti dell’Expo, prima di essere stroncato da un infarto.
- Marco ospita sempre bella gente - andò avanti la donna. - Siamo quasi tutti italiani, ci si diverte...
- Anche con questo caldo? - domandai.
- Di giorno si sta dentro a riposare, c’è l’aria condizionata. Il bagno lo facciamo di notte, qui in piscina.
Rise divertita. Era alticcia.
- Vieni a buttarti? - mi domandò.
- Non ho il costume - dissi.
- Beh, vai a prenderlo!
Le spiegai che non l’avevo proprio, nemmeno in camera.
- Certo che sei strano! Venire fin qui senza un costume...
- Per lavorare non mi serve - dissi.
Posò il bicchiere sul bancone e si avvicinò a me fino a sfiorarmi.
- Sei proprio un tipo serio, tu... - mi disse ammiccando.
- Quando lavoro sì.
- Ma adesso mica stai lavorando...
- Certo che sto lavorando - dissi.
Rise sguaiatamente, come se fosse stata una battuta.
- Sei proprio divertente, sai? - mi disse, mettendomi una mano attorno alla vita. - Allora non è che avresti voglia di fare una pausa e accompagnarmi in camera?
La guardai negli occhi. Era il tipo di persona che avevo sempre detestato. Combattuto, un tempo. E ora... Ora li fotografavo.
- Preferisco restare qui - le dissi, e ordinai un altro Manhattan.
Si staccò da me.
- Come vuoi - disse stizzita, prima di voltarmi le spalle e allontanarsi a passo malfermo. Raggiunse il bordo piscina e iniziò a parlare e a ridere con un altro uomo, molto più elegante di me.
Mentre bevevo, e Tiziano Ferro attaccava a cantare “Destinazione mare”, mi tornò la nausea.
Lasciai il Manhattan a metà e mi allontanai dalla piscina, dalla bella gente e dal frastuono. Raggiunsi la spiaggia del resort, mi sdraiai su un lettino e rimasi ad ascoltare il rumore del mare, di fronte a me. Poi mi addormentai.
Fine della prima puntata
La seconda verrà pubblicata il 16 luglio 2026



L'ho letto su una spiaggia greca! Non in un resort però! ;-)
Ormai anche la Grecia si è venduta al turismo di lusso...