Il bentornato sul nostro dispaccio ve lo diamo con un racconto di viaggio. E vi comunichiamo che la pausa estiva ci ha resi più pigri: abbiamo deciso di ridurre la periodicità del dispaccio a un post ogni due settimane (salvo possibili eccezioni). “Più lento, più profondo, più piacevole”, diceva Alex Langer, e noi ne seguiamo il consiglio. Se però non potete vivere senza il nostro post settimanale, scriveteci per protestare. Non cambieremo idea, ma ci farà piacere.
Stavamo attraversando l’isola in macchina. Da un capo all’altro, ci voleva circa un’ora. Stavamo raggiungendo l’estremità meridionale. La più selvaggia, avevamo letto sulla guida.
Il sole era già alto, faceva caldo, le cicale frinivano. Era tutto perfetto. Era quello che cercavamo.
L’auto procedeva tra scogliere a picco sul mare e improvvise discese verso la costa, a lambire un blu così intenso da far male agli occhi. Non era un caso se proprio lì avevano girato quel film francese, “Le Grand Bleu”. Piccolo squarcio di notorietà per un’isola che poi era tornata subito all’anonimato, miracolosamente scampata al turismo di massa che negli ultimi decenni aveva falcidiato tante altre isole simili a quella.
La nostra meta era una remota baia naturale che proteggeva da venti e onde una minuscola spiaggia sabbiosa senza alcun servizio. Sarebbe stata la nostra laguna blu per un giorno. Prima di tornare al freddo, al lavoro, all’estenuante attesa di una nuova estate, di un nuovo viaggio, di una nuova isola, di una nuova spiaggia.
Scollinammo un monte brullo e ciò che rimaneva dell’isola si distese sotto i nostri occhi grandi, pieni di meraviglia. In fondo, già si scorgeva la baia. Prima di arrivarci, avremmo attraversato quel lembo di terra spopolato dove, a giudicare dalle mappe, la stretta strada che stavamo percorrendo era l’unica asfaltata e le poche altre erano sterrate, non a servizio di veri e propri paesi, ma di una manciata di case gettate qua e là tra la rada vegetazione.
Ci guardammo e sorridemmo, senza dirci niente. Parlare non serviva.
Le case che si affacciavano sulla strada erano tutte imbiancate a calce con gli scuri blu, basse e minuscole, cadenti ma proprio per questo ricche di fascino ai nostri occhi abituati a un grado diverso, e non migliore, di civiltà.
Provammo a figurarci le vite che conducevano i loro abitanti. Senz’altro anch’esse diverse dalle nostre, probabilmente migliori. Banalmente, idealizzavamo ogni cosa. Eravamo turisti. Fotografavamo tutto e non sapevamo niente.
Si vedevano qua e là alcune vigne, qualche uliveto, ma più che altro, pensammo, doveva trattarsi di pecore e capre, soprattutto capre. Il turismo pareva non essere mai arrivato, laggiù. Non c’era anima viva. Sembrava un posto di frontiera. Sembrava il Messico, pensammo, anche se in Messico non c’eravamo mai stati.
A un certo punto, dopo una curva, avvistammo sul ciglio della strada, poco distante da una casa simile a tutte le altre, un tavolino con sopra una bottiglia e un bicchiere, e un cartello scritto a mano: “Fud and drink”. Proprio così, con la u.
Pensammo entrambi la stessa cosa: una sosta era quello che ci voleva, prima della spiaggia.
Frenai, girai l’auto e tornai indietro. Parcheggiai vicino al tavolino e scendemmo.
C’era una piccola veranda, davanti alla casa. Sotto, due tavolini di legno e sei o sette sedie di paglia in tutto.
Pareva non ci fosse nessuno, né dentro, né fuori, a parte un paio di galline che beccavano con impegno attorno alla veranda.
Ci stavamo chiedendo se sederci o bussare, quando la porta si aprì e ne uscì una vecchia. Ci disse qualcosa in greco, che ovviamente non capimmo. Il greco l’avevo studiato al liceo, quello antico, e quindi non serviva a nulla. A gesti e sorrisi, la donna ci invitò a sederci. Poi sparì di nuovo dentro casa. Divertiti, ubbidimmo e restammo in attesa.
Dall’interno giungevano due voci. Quella della vecchia e una più giovane, femminile anch’essa. Parevano discutere animatamente, forse litigare, ma tra i greci la sensazione che avevamo era sempre quella e doveva essere sbagliata.
Dopo un paio di minuti di silenzio, rotto solo dal frinire crescente delle cicale, dalla porta uscì una ragazza molto giovane.
Guardandola avvicinarsi, rimasi colpito subito dalla sua bellezza acerba, selvatica.
Ci salutò in inglese, un inglese scolastico che non era peggiore del nostro, e poi ci domandò se volevamo vino bianco o raki.
Erano le dieci del mattino.
Le chiedemmo se aveva qualcosa di non alcolico.
Acqua, rispose.
Ordinammo vino io e acqua la mia compagna.
La ragazza tornò dentro.
Dopo qualche minuto, riapparve portando bicchieri e bottiglie. Dietro di lei veniva avanti più lentamente la vecchia, reggendo un piatto con sopra coltelli, forchette e qualcosa che non avevamo ordinato.
- Formaggio di capra - disse la ragazza mentre versava acqua e vino.
Posandolo sul tavolo, la vecchia sorrise e poi ci disse qualcosa in greco.
- L’ha fatto proprio stamattina - tradusse la ragazza. - E anche il vino è nostro.
La ringraziammo, usando una delle poche parole greche che conoscevamo.
La vecchia sorrise, disse qualcos’altro che la ragazza non tradusse e poi se ne andò.
La ragazza, invece, rimase. Si sedette al tavolino di fianco al nostro e prese a fissarci.
Soddisfatti, ci accingemmo a consumare quanto ci era stato generosamente servito. Il formaggio, affiancato da alcune fette di pane, era una forma intera, e la bottiglia di vino era stata lasciata sul tavolo praticamente piena.
Brindammo e bevemmo.
Il vino era aspro, greve, paurosamente alcolico. Mi affrettai a tagliare e mandar giù un pezzo di formaggio, per asciugare. Il sapore del formaggio era ancora più forte, e per assorbirlo meglio mandai giù altro vino.
La mia compagna mi guardava divertita.
Anche la ragazza faceva altrettanto.
- Da dove venite? - ci domandò.
Cercammo di spiegarglielo e l’intesa fu trovata quando pronunciammo la parola Venezia, distante due ore da casa nostra.
- Biutiful - disse.
- Anche qui è bello - dissi io.
Fece una smorfia.
- Non ti piace qui? - le chiesi stupito.
Scrollò le spalle.
- Quanti anni hai? - le domandai.
- Quattordici - rispose.
- Vai a scuola?
- L’ho finita quest’anno.
- E adesso cosa fai?
- Aiuto i miei - disse indicando la porta di casa. - Ma voglio andarmene da quest’isola appena possibile.
Io e la mia compagna la fissammo attoniti. Le avremmo ceduto volentieri il nostro posto.
- Cos’è che non ti piace, qui?
- Non c’è niente ed è lontano.
- Lontano da cosa?
- Lontano da tutto. Per arrivare ad Atene ci vogliono dieci ore di nave.
- Ci sei mai stata?
- Una volta, quando mia madre si ruppe una gamba e dovette operarsi lì.
- E ti è piaciuta?
- Molto.
- Però ad Atene non c’è questo mare - le feci notare.
- Il mare è uguale dappertutto - mi rispose. - E io sono stanca di averlo davanti.
Io e la mia compagna, perplessi, restammo in silenzio.
- Vi piacciono? - domandò la ragazza dopo qualche istante, alludendo a vino e formaggio.
- Tutto buono - rispondemmo, e ci sforzammo di bere e mangiare ancora un po’.
La ragazza sorrise, di quel sorriso enigmatico e triste che ancora ricordo e che forse ricorderò per sempre.
Le domandai quanto le dovevamo. Era ora di andarsene. Volevo evitare di ritrovarmi ubriaco a metà mattina.
- Andate alla baia? - chiese senza rispondere alla mia domanda.
Annuimmo.
Fece una smorfia e scrollò le spalle. Poi si alzò e rientrò in casa a passo svogliato, scomparendo per sempre dalla nostra vista.
La vecchia arrivò subito dopo e ci chiese tre euro.
Pagammo, la salutammo e ce ne andammo.
Quando eravamo quasi arrivati all’auto, ci sentimmo chiamare.
Ci voltammo e la vedemmo arrivare col formaggio che era rimasto nel piatto, avvolto dentro una pellicola trasparente.
Sorrise e ce lo porse.
Rifiutammo, ma lei insistette e alla fine accettammo, ringraziandola molto.
Poi le dicemmo addio.
Salimmo in auto e ripartimmo verso la nostra meta.
Il mare era lì, davanti a noi. Ed era blu. Un blu così intenso da far male agli occhi.



Amorgos, Small Cyclades, Grecia?
tutti vanno via, come dai quartieri sgarrupati delle città.
i riccastri merdosi comprano a poco prezzo e in poco tempo quei quartieri, e le isole greche, ma non solo, diventeranno altro, posti per fantasmi
Ricetta contro l'overtourism. Visitiamo posti in continuazione e non li conosciamo mai...